l’alba del mondo

Appunti di navigazione nello stretto di Magellano, in Patagonia. Tra storia e leggende marinare, una natura di sconvolgente bellezza e gli insediamenti urbani più a sud del mondo.

di Leonardo Mariani, foto Stefania Giorgi

Qui a Punta Arenas le formalità doganali del porto sono poca cosa, la nave con destinazione fine del mondo ci accoglie con il suo calore e scivola già lungo le acque gelide dello stretto. È il crepuscolo, il sole dietro le nuvole dora i contorni, poi sprofonda rapido in acqua; una luce gialla, intensa, si diffonde e il mare nero oleoso si fa verde petrolio. È così che inizia il nostro viaggio verso l’immensità. Rotta per Cape Horn, una crociera in un paesaggio ignoto intorno alla Terra del fuoco, divisa tra Cile e Argentina. L’ultima terra di frontiera ricca di contrasti e una natura impetuosa – ghiacciai, boschi, fiordi, lagune – unita a una storia affascinante. Nessuno pare accorgersi del passaggio dalla civiltà ai ghiacci australi, i passeggeri chiacchierano distratti tra di loro, subito legati da nuove amicizie. Ma io sono desto per vedere che fuori la notte australe circonda già la nave. Giungiamo nello stretto di Magellano, con il suo alone di mistero tra avventura e leggenda.

 

Spedizione in gommone

È metà dicembre, a queste latitudini il giorno quasi tocca la notte, appena iniziano a propagarsi le ombre l’aurora schiarisce di nuovo tutto con il suo filtro opalino. Nell’accogliente ventre della nave, i biologi dello staff illustrano le procedure di sicurezza per le spedizioni: escursioni sulla terraferma con veloci gommoni. Ci troviamo così al mattino presto a poppa con giacca a vento, occhiali e giubbotto salvagente indosso. La temperatura è quasi mite, otto gradi. Il primo contatto è emozionante, ammariamo sulla spiaggia della baia di Ainsworth, brevissimi scrosci di pallottole di ghiaccio si alternano a brillanti schiarite di sole. Tutto è carico di una straordinaria energia vitale. Il ghiacciaio Marinelli, ritirandosi, ha lasciato spazio alla vita, piante e animali hanno sviluppato sorprendenti strategie di sopravvivenza riappropriandosi della terra. Dai muschi nascono bacche e fiori coloratissimi, cuccioli – si fa per dire, visti i loro 150 chili – di elefanti marini sonnecchiano in attesa del cambio del pelo che permetterà loro di immergersi nelle acque gelide. La percezione dell’ambiente circostante cambia, i nostri sensi acquistano un nuovo equilibrio, il silenzio è rotto solo dal vento. La luce è chiarissima, intensa, accecante. L’aria pungente totalmente inodore. C’è una purezza in questo luogo difficile da descrivere. Una terra primordiale dove la natura ha sempre vinto sull’uomo e tutto è rimasto integro. Il ritorno alla nave è una calda ventata di umanità. L’interazione sociale è facilitata dalle circostanze e da un buon bicchiere di vino cileno. Vittorio Cuvertino, cileno, è un briologo, un esperto in muschi e licheni. Una passione irrefrenabile per il suo lavoro e per la Terra del fuoco, nonché una delusione d’amore, lo hanno indotto a lasciare l’Italia, dove ha studiato, per tornare a vivere per sempre qui. Il suo entusiasmo è contagioso: sono ormai due ore che lo ascolto affascinato mentre mi spiega le tecniche di sopravvivenza di piante e animali.

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